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venerdì 12 febbraio 2010

Bad Boys (1995)


Gli agenti della polizia di Miami, Marcus Burnett(Martin Lawrence) e Mike Lowrey (Will Smith), stanno indagando su una gang di trafficanti che ha recentemente messo a segno un grosso colpo. Max, una prostituta amica di Mike, viene invitata a casa dall'autista della suddetta banda, il quale di nascosto aveva sottratto un pacchetto di eroina: all'improvviso, irrompe la banda e uccide senza esitazione Max e l'autista, mentre Julie, l'amica fotografa che si era portata con sè, riesce a fuggire miracolosamente. Julie riesce, tramite i contatti della neodefunta amica, a raggiungere la casa di Mike, ma avviene qui un singolare scambio di ruoli allorchè la bella fotografa crede Marcus, un ordinario e 'accasato' agente con famiglia, Mike, un ricco e scapolo donnaiolo. Il capo ordina a Marcus di mantenere così le cose per non traumatizzare troppo la testimone. Così, con le inevitabili conseguenze "familiari" dell'ordine impartito, parte un'impegnativa caccia all'uomo, condita con le impareggiabili gag dei due protagonisti...
Michael Bay (Pearl Arbor, Armageddon, Transformers ...) non si smentisce con questo bel film d'azione, alla fine non troppo "nuovo" nei contenuti ma decisamente di buon livello per quanto riguarda il cast e la sceneggiatura. Di questo, una specie di Miami Vice "black-style", ci sarà nel 2003 un seguito, modernizzato e sfavillante, ma il primo, come spesso succede, rimane decisamente il migliore. Verdetto: sonore risate e azione dall'inizio alla fine!

lunedì 8 febbraio 2010

Miriam Si Sveglia a Mezzanotte (1983)


In anni di vampiri emo e floscissimi, chiunque voglia una botta di (non)vita farebbe bene ad andarsi a recuperare "The Hunger"(versione originale del neppure disprezzabile "Miriam.."), datato 1983. Perchè il succhiasangue, si sa, riflette come uno specchio deformato l'epoca nella quale si muove; e allora ammirate questa coppia di vampiri interpretata in gran tiro da Catherine Deneuve e David Bowie, due yuppie belli, amorali e vacui come il decennio che cavalcano in completo nero e occhiali da sole.
A dire il vero l'unica Notturna di serie A è la donna, Miriam Blaylock appunto, che dai vari flashback apprendiamo aver perlomeno 4000 anni; il maschio, John, è un umano reso "temporaneamente" immortale dal sangue della compagna, per poterla accompagnare in qualche secolo di carneficine, ed è destinato dunque ad un agghiacciante invecchiamento precoce una volta esaurito l'effetto del plasma. Dopo che (in una scena memorabile per pathos trattenuto) l'effetto collaterale ha avuto luogo, Miriam individua nella giovane ricercatrice genetica (Sarandon) che ha provato a curare John la nuova partner con la quale giocare per i prossimi 500 anni e la inizia al suo sangue: ma la mortale saprà resistere alla tentazione di un'apparente vita eterna o sarà corrotta dal potere di Blaylock come è stato per John?
"The Hunger" è il debutto alla regia di Tony Scott, fratello di quell'altro Scott ancora più famoso. E' un film non per tutti, prodotto di quei tardi Settanta-primi Ottanta nei quali si sfornavano pellicole con poca storia e tanta atmosfera, complice il travaso ad Hollywood di giovani registi svezzati a pane e pubblicità patinate: si pensi ad Alan Parker, Adrian Lyne e i suddetti Scott Brothers. Ciò infatti che più frustra il generico appassionato di horror è l'accoppiamento di uno stile visivo folgorante come quello di Scott con una trama nebulosa e personaggi per i quali è difficile provare un sussulto di simpatia, rendendo la visione un'esperienza discontinua: dopo un avvio folgorante, nella quale i Blaylock cacciano prede umane in una discoteca di Manhattan dove suonano dal vivo i Bauhaus ("Bela Lugosi's Dead", of course!), e il decadimento accellerato di Bowie, si passa ad un'ora e più di corteggiamento tra le due protagoniste, molto languido e ironico ma per nulla dinamico; i personaggi sembrano muoversi sulle loro traiettorie prestabilite senza particolari scossoni e soltanto il finale memorabilmente inquetante risolleva l'insieme.
Eccovi perciò un consiglio: guardatevelo a mezzanotte, appunto, con la mente stordita da un incenso potente, un disco dei Siouxsie and the Banshees di sottofondo e la ragazza dark sottobraccio; possibilmente dopo "Blade Runner": ritroverete il familiare melange scenografico tra maniero gotico inglese e cityscape futurista newyorchese, sempre tinteggiato di arancio o blu e squisitamente decadente (Tonino sapeva rubare dai più grandi; dal fratello, appunto). Poi, per chiarire tutti i misteri della storia, leggetevi l'omonimo romanzo di Whitley Strieber.
Un fantasy adulto, cinico e ironicamente macabro, come non ne vedrete in giro al giorno d'oggi (eccetto che per "Lasciami entrare").

giovedì 28 gennaio 2010

Monsieur Ibrahim e i Fiori del Corano (2003)


Parigi, anni 1960. Il ragazzo Moise Shmidt (Pierre Boulanger) abita solo con il padre, che non ha per lui nessuna considerazione e anzi in più occasioni gli rinfaccia di essere peggiore del fratello, andato via con la madre di Moise. Moise trova l’affetto del vecchio signor Ibrahim, che gestisce un negozio vicino a casa sua. Dopo il suicidio del padre, Moise verrà adottato da Ibrahim, e comincerà ad apprezzare la religione di Ibrahim e il libro sacro del Corano, fino a seguire il nuovo padre nella sua terra d’origine, la Turchia.
Tratto dal best seller francese di Eric Emmanuelle Shmidt, il film ha un’impostazione letteraria, e segue le vicende dei protagonisti, dando per questo motivo poco spazio agli esterni, soprattutto nella prima parte in cui i personaggi si trovano a Parigi, appena tratteggiata storicamente. Questo puo’ essere giusto anche per rendere la situazione difficile e asfissiante del giovane Moise. In tutti i casi nel film domina essenzialmente la trama, che è molto buona nella prima parte e anche originale, ma dal momento in cui i due protagonisti vanno in Turchia, si ha l’impressione che il film si regga sempre più su clichets ed è soprattutto poco convincente il finale. Peccato, considerate le aspettative che lo spettatore arriva a nutrire nella prima parte del film. Buono il cast degli attori nel suo insieme, pero’ a volte non si capisce cosa dicono gli attori, soprattutto Omar Sharif (il film l’ho visto in lingua originale).
(Fabio)

martedì 26 gennaio 2010

Ossessione (1945)


Considerato il capostipite del neoralismo italiano, Ossessione narra la vicenda di un tradimento da parte di una donna, Clara Calamai, nei confronti di suo marito, Juan de Landa, sposato per sicurezza economica. Giovanna (Calamai) inizia ad avere una relazione torbida ed esasperata, una volta che Gino (Massimo Girotti) arriva come vagabondo allo spaccio dei coniugi, in provincia di Ferrara. La storia in sè è molto forte, sia per le scelte tecniche, sia grazie ai bravissimi attori che con la semplicità di un solo sguardo riescono a far capire in un attimo quello che sta per avvenire. Basta pensare ad una delle scene iniziali del film: Giovanna si trova in cucina, è seduta su un tavolo, a gambe aperte, senza preoccuparsi degli sguardi altrui, decide di fischiettare, annoiata; nel mentre arriva Gino che con molta disinvoltura si appoggia allo stipite della porta: i due si guardando in maniera così intensa e sensuale che già allora lo spettatore può capire quale sarà il seguito. Se pensiamo ad altri film importanti del neoralismo, come ad esempio "Ladri di Biciclette" di De Sica, questo ci apparirà molto diverso: appartengono tutt'e due alla stessa corrente, ma mentre il primo racconta il degrado di un uomo costretto a vagare per Roma alla ricerca della sua bicicletta, unica "ricchezza" nello squallore della sua vita, il secondo ci racconta di una coppia, per quanto piccolo borghese, benestante e senza gravi problemi finanziari. Lo stesso Gino, nonostante si capisca che sia senza una lira, non appare mai sofferente fisicamente o alla disperata ricerca di cibo, come invece capita alla maggior parte dei protagonisti di film neoralisti di quell'epoca. Quello che infatti rende Ossessione una pellicola degna di nota, è la forza espressiva e l'eliminazione di ogni velo di ipocrisia. Giovanna per quanto stia bene economicamente, vive una vita orribile, chiusa, oppressa, monotona: importante infatti la contrapposizione fatta dal regista nel mettere da una parte spazi chiusi, sintomo di oppressione e squallidezza, dall'altra enormi campi e città aperte, rappresentanti la libertà, la via di fuga, l'inizio di una nuova vita.
(Blasco)